Addio a Luciana Togni, ultima delle ragazze di San Carlo. Eterna maestra dell’anima, custode della memoria, vestale della comunità

Addio a Luciana Togni, ultima delle ragazze di San Carlo. Eterna maestra dell’anima, custode della memoria, vestale della comunità

MATTEO SALVATTI

“No, rispetto per favore”. Così rispose Luciana Togni, a una persona presente al nostro incontro che, durante una fotografia di rito, voleva abbracciarla. Fotografia sì, ma accanto, non abbracciati. Noi potremmo fermarci qui e in quella espressione c’è tutto il carattere, la custodia dei valori, la disponibilità ma anche la fermezza e la solidità umana della maestra Togni, la signorina Togni.

C’è chi lascia il mondo in silenzio, come una candela che si consuma nel buio, e chi invece lo lascia con la luce ancora accesa, abbagliante, persino nella sua ostinazione a restare oltre il limite massimo consentito anche dalla canzone di Zucchero: “Io ti vorrei rivedere prima di fare 101”: Luciana Togni appartiene con ogni fibra del suo essere alla seconda categoria. Se ne è andata a 102 anni – come a voler sporgersi oltre i confini della Storia – lasciando Rezzato non orfana, ma disorientata, come un alunno smarrito il primo giorno di scuola senza la voce guida della maestra.
Maestra, sì, e con la “M” maiuscola, come si scrive Dio, come si scrive Madre. Perché per Luciana Togni l’insegnamento non fu mestiere, fu missionarietà. Non era un “corpo” che “istruiva” ma un’insegnante incarnata. Non si sposò, non ebbe figli, ma generò centinaia di bambini alfabetizzati all’umanità, partoriti ogni anno nel grembo accogliente di un’aula scolastica. Conosceva a memoria la grammatica delle emozioni e coniugava l’impegno al tempo presente. Il suo sguardo era l’equivalente pedagogico di un cartello stradale: indicava la direzione, ammoniva gli incroci pericolosi, suggeriva fermate nei pressi dell’ascolto.
Luciana era l’ultima delle “ragazze di San Carlo”, un manipolo di giovani nate negli anni Venti, quando Rezzato era ancora un mosaico di fossi, prati e speranze. Massimo Tedeschi, nel suo toccante congedo social, l’ha ricordata tra le sorelle Panada, Marisa e Silvana Tirini, Bruna Musitelli, Elvira Bertelli, Teresina Zangani, un’epopea al femminile in cui ogni nome pare inciso su una colonna del tempio domestico. Nelle fotografie in bianco e nero erano loro a metterci il colore, le vedi sedute, gambe accavallate, sorrisi larghi così, come promesse. Sorrisi che la guerra non riuscì a spegnere, anche quando le promesse vennero disattese e i sogni, come vetri sottili, andarono in frantumi.
Luciana, no. Lei rimase. Dritta, diritta, irriducibile. Tempra d’acciaio e sorriso da zucchero filato. Non era solo insegnante, ma pilastro della comunità, colonna dorica che sorreggeva il portico della civiltà. Dopo il pensionamento – che per lei fu solo un cambio d’aula (così come siamo convinti lo sia anche questo)– si dedicò anima e corpo al volontariato, presiedendo a lungo l’associazione “Amici della Casa di riposo Almici”, leggendo il giornale con i nonni, dialogando con i giovani, insegnando con il solo esempio che “sapere è servire”.
Aveva la parola affilata, l’argomentazione inespugnabile, la coerenza come seconda pelle, forse prima. Nessuno – nessuno – osava contraddirla se non armato di buon senso, onestà e cuore. E anche in quel caso, si trovava spiazzato: perché Luciana non ti umiliava, ti educava.
Chi la conosceva sapeva che nulla faceva per caso: ogni gesto era un teorema di cura, ogni iniziativa un’equazione d’amore con incognite sempre risolte a vantaggio del prossimo. Il sindaco Luca Reboldi, con parole precise, ha definito il suo lascito “un impegno verso gli altri che nella nostra comunità resterà indelebile”.
Chiudiamo riallacciandoci al nostro incontro e alla sua emozione ricordando Silvana Tirini, sua amica di sempre, “Orgogliosa di essere cresciuta a pane a blocchi di oro bianco appena cavato”, sorella non di sangue ma di scelta. Luciana la ricordava con parole da elegia e complicità da romanzo epistolare. Due vite parallele che si toccavano come corde dello stesso strumento, unite da una musica fatta di rosari sussurrati, segreti confidati alla fermata della corriera, battaglie combattute col silenzio di chi sa fare il bene senza rumore.
Le due donne appaiono come specchi che si riflettono all’infinito: solidali, umili, inflessibili nel dovere, generose nella carità, invisibili nei meriti, ma onnipresenti nelle ricadute del loro operare. “Facevamo, ma che nessuno sapesse” diceva Silvana. E Luciana, probabilmente, sottoscriveva in calce.
Adesso che anche l’ultima delle ragazze di San Carlo ha chiuso il diario della vita, resta a noi il compito più difficile: non dimenticare. Non dimenticare i sorrisi delle foto, la voce che ammoniva senza ferire, le mani che accarezzavano con severità, l’intelligenza che spiazzava, l’umiltà che disarmava. Luciana Togni non è più tra noi. Ma è in noi. In ogni nota di un vecchio registro di classe, in ogni parola che abbiamo imparato a scrivere, in ogni gesto di gentilezza che portiamo nel mondo. La sua firma, invisibile eppure nitidissima, è sulla lavagna del nostro cuore.

Questa la sfida: non dimenticare che anche senza figli si può generare un popolo. E che anche a 102 anni si può morire giovani.