Giovanni Malfenti – Ne avevamo parlato su Il Punto, quando il Museo nazionale di storia patria di Rezzato aveva lanciato il suo appello: “Non buttate via i cimeli di guerra, donate la memoria”. Un invito semplice ma potente, rivolto a tutte quelle famiglie che da anni conservano – spesso dimenticati in soffitta o in fondo a un armadio – oggetti, lettere e ricordi appartenuti ai propri cari coinvolti nei conflitti del Novecento. Ora quell’appello ha trovato una risposta forte, autentica, commovente. Decine di famiglie hanno raccolto il messaggio. Da ogni angolo della provincia sono arrivati reperti dal valore inestimabile, non tanto per il materiale quanto per la carica umana e storica che custodiscono. Oggetti rimasti in silenzio per decenni tornano oggi a parlare, esposti al pubblico nel percorso del museo.
Tra i cimeli che più colpiscono, c’è il piccolo cappotto rosso appartenuto a una bambina ebrea deportata a Buchenwald. Un indumento rimasto appeso per tantissimo tempo in un armadio, con ancora la stella di David cucita sulla manica. Un simbolo che racconta, senza bisogno di parole, l’orrore della persecuzione e il dolore dell’infanzia negata. Ora quel cappottino è arrivato a Rezzato, donato con discrezione e senso profondo del dovere della memoria. Altre testimonianze parlano della prigionia dei soldati italiani nei lager tedeschi. È il caso di Tarcisio Papetti, classe 1909, sopravvissuto alla cattura dopo l’8 settembre 1943 e internato nei campi di lavoro presso gli stabilimenti della Daimler Benz. I documenti donati – lettere, fotografie, fogli di prigionia – ricostruiscono il suo percorso, offrendo una finestra diretta sulla vita quotidiana nei campi, sulla fatica, sulla paura, ma anche sulla forza di resistere. Tutto ciò che ha vissuto oggi è consultabile al museo, come parte di un racconto che appartiene a tutti.
E ancora: elmetti della Prima guerra mondiale usati nelle battaglie in Macedonia contro l’Impero Ottomano, medaglie conservate con cura da chi ha voluto tenere vivo il ricordo dei propri familiari, fotografie originali dei reparti italiani internati nei territori dell’Alta Austria durante l’occupazione alleata.
Molti di questi lasciti provengono da famiglie che non avevano mai pensato di separarsi da quei cimeli, ma che oggi hanno scelto di metterli a disposizione del pubblico per garantirne la sopravvivenza e, soprattutto, la condivisione. Come nel caso del fondo Bottazzi, con documenti e materiali appartenuti al fratello di Natale Bottazzi, appassionato di storia e toponomastica, che ha conservato nel tempo ogni frammento della memoria familiare. Il museo continua ad accogliere donazioni, offrendo assistenza nella conservazione e nella catalogazione degli oggetti. L’obiettivo è quello di valorizzare la storia personale di ciascuno all’interno di un patrimonio più ampio, rendendo visibile ciò che spesso resta nascosto tra le pareti domestiche. Chi desidera partecipare può contattare il Museo nazionale di storia patria di Rezzato. Ogni oggetto donato non è solo un pezzo esposto: è una storia che torna a farsi sentire.


