Defibrillatori, la sicurezza passa da Mazzano, Rezzato e Botticino

Defibrillatori, la sicurezza passa da Mazzano, Rezzato e Botticino

Gemma Donati – Ci sono numeri che raccontano storie di prevenzione e responsabilità collettiva. A Mazzano i defibrillatori sono 23, a Rezzato se ne contano 33 e a Botticino 14. Tre comuni diversi per dimensioni e tessuto sociale, ma accomunati dallo stesso obiettivo: garantire ai cittadini una rete di protezione contro l’imprevisto più drammatico, l’arresto cardiaco.

Ogni anno in Italia circa 60mila persone perdono la vita per un arresto cardiaco. In Lombardia, le chiamate alla centrale operativa per questo tipo di emergenze sono migliaia. Numeri enormi, che raccontano un rischio concreto e quotidiano. È in questo contesto che la diffusione dei defibrillatori semi-automatici diventa cruciale.

Il loro funzionamento è semplice: basta accenderli, seguire le istruzioni vocali e, se serve, applicare la scarica. Chiunque può usarli, anche senza aver seguito corsi specifici, perché gli operatori del 118 guidano passo dopo passo chi chiama il numero di emergenza. La tempestività è tutto: bastano pochi minuti senza ossigeno per causare danni irreversibili al cervello. Per questo la differenza fra vita e morte si gioca nella prontezza d’intervento e nella disponibilità dei dispositivi.

Negli ultimi anni la provincia di Brescia ha visto una vera e propria esplosione di installazioni: dai circa 1.500 defibrillatori del 2020 si è arrivati a quasi 3.500 registrati oggi. Mazzano, Rezzato e Botticino si inseriscono in questo quadro con una dotazione significativa, frutto non solo di obblighi normativi ma anche dell’impegno di enti locali, associazioni sportive, scuole e privati.

C’è però un rischio che non va sottovalutato: i defibrillatori non registrati sulla piattaforma regionale. Se non sono inseriti in questo sistema, restano invisibili agli operatori delle centrali di soccorso. Significa che, anche se un Dae si trova a pochi metri dal luogo dell’emergenza, nessuno potrà segnalarlo a chi chiama il numero unico. È un paradosso che può costare vite. Registrare e mantenere aggiornato ogni dispositivo non è solo un obbligo di legge, ma un dovere morale.

Le cronache hanno già mostrato quanto tutto questo sia importante. Recentemente un giovane calciatore della Valtrompia, colpito da malore durante una partita, è stato salvato grazie alla presenza di un defibrillatore e all’intervento tempestivo di chi era con lui. Storie come questa spiegano meglio di qualsiasi statistica quanto sia decisiva la catena che parte dall’allarme, passa per il massaggio cardiaco e trova nel Dae lo strumento che può riportare il cuore a battere.

Per realtà come Mazzano, Rezzato e Botticino, investire in cardioprotezione significa andare oltre i numeri. Significa, posizionare i dispositivi in luoghi accessibili, garantire la manutenzione costante, promuovere corsi di formazione e diffondere la consapevolezza che tutti possono intervenire. Perché avere un Dae non basta: serve la certezza che sia funzionante, che se ne conosca l’esistenza e che nessuno abbia paura di usarlo.

La cardioprotezione, in fondo, è un patto silenzioso tra istituzioni e cittadini. Da un lato c’è la tecnologia, dall’altro la responsabilità individuale e collettiva. A Mazzano, Rezzato e Botticino, i defibrillatori sono già tanti, ma il passo decisivo è farli diventare strumenti davvero vivi, pronti a entrare in azione quando il tempo diventa il bene più prezioso.