di MATTEO SALVATTI
Un tempo per capire il carattere di qualcuno bisognava quantomeno vedere come si vestiva, oggi la tecnologia ci consente più deduzioni, psicanalisi App-plicata.
Cerchiamo, come gioco natalizio, di conoscere i nostri contatti telefonici tramite l’immagine che hanno sul profilo di WhatsApp.
IL NOSTALGICO
Ha fotografato col cellulare una fotografia di qualche decennio fa (ed è pure uscita male, forse già la prima, sicuramente lo scatto sullo scatto). Tu guardi e riguardi il numero perché non lo riconosci. Ma è lui/lei. Probabilmente ha già lasciato detto ai parenti che quella foto la vuole sulla tomba. Forse pensa che è l’unica nella quale è uscito bene quando era diversamente giovane, forse nessuno vuole deluderlo.
IL FILOSOFO
Ritiene, filosoficamente, inutile mostrarsi a chi lo conosce benissimo. Essere o dover essere? Dunque, perché sprecare un’opportunità didascalica per erudire qualcuno? Ecco allora che ha messo in quel cerchiolino una frase, una massima, un apoftegma, un aforisma. Spesso lo cambia, come fosse uno stato. Il suo desiderio è intavolare discussioni con chi gli manda messaggi. Nessuno in genere lo accontenta.
L’ARTISTA
Non ama particolarmente la sua effige, ritiene ci sia di meglio in circolazione. Per cui vuole che quando si pensi a lui/lei il nome si faccia prestanome di un’emozione. Ecco allora un tramonto, un quadro, onde del mare, aurore boreali.
L’OSTENTATORE
Nella foto c’è lui/lei, ma in formato talmente bonsai che nessuno riuscirebbe a riconoscerli. Si può solo immaginare. Ciò che colpisce invece è la Lamborghini, l’hotel 5 stelle lusso, l’elicottero, il Vip accanto, insomma, il messaggio è chiaro: qualora non l’avessi ancora capito, ora sai chi sono io.
LO SBRIGATIVO
Non ha nessuna immagine sul profilo di WhatsApp. 9 volte su 10 il soggetto ha più di cinquant’anni e l’applicazione gliel’ha installata il nipote/figlio/vicino di casa/compagno di merende/di militare in cinque minuti. Lui non lo sa di non aver la foto, non sa neanche che si può inserire. Ma riesce a essere felice comunque, sebbene molti si chiedano come.
IL VETRINISTA
Considera quell’immagine che compare collegata al proprio nome una vetrina. E, siccome non siamo ad Amsterdam, lui/lei in vetrina non vuole starci. Per cui mette qualsivoglia oggetto che gli garba: una pietanza, una pipa, un ventilatore, un fiore, un crocefisso.
IL VIGNETTISTA
Pensa di non poter essere ridotto a una sola fotografia, e non potendo pubblicarne milioni inserisce un avatar, una vignetta, un cartone, una caricatura, un disegno, del tipo: capite che sono io ma non in un determinato istante, sono sconfinato.
IL POSSEDUTO
Simpaticamente parlando, non è lui/lei che vive, ma un altro essere. E vuole urlare al mondo che lui vive per qualcun altro. Ecco allora nonni che hanno come immagine del profilo il nipote, ragazzine l’uscente, anziani il cagnolino, tifosi lo scudetto della squadra del cuore. Della serie: “Quando pensate a me, pensate a lui/lei. E’ quello che anch’io sto facendo”.
IL MEMORABILE
“Non una foto, ma La foto”. Vorrebbe far notare la ridondanza, il collega, ma lui collega se stesso al giorno più importane o all’esperienza più significativa della propria esistenza. Poco importa della qualità della fotografia, la sua vita è sintetizzabile in quel giorno indimenticabile.
IL CINEASTA
Consapevole del fatto che i social espongono a un pubblico, lui/lei si sente un attore/attrice. Non intende scegliere una fotografia, ma comporre una locandina di un film, realizzare il trailer della propria esistenza. Un cortissimometraggio autobiografico in un fotogramma. Può comparire uno sguardo assorto in bianco e nero di profilo o una linguaccia alla Einstein (anche se sembra più la posa per essere visitati dal medico condotto in seguito a una glossite migrante).
LO SCHIZOFRENICO
Cambia. Cambia in continuazione. Ogni pochissimo. E’ la somma di tutti questi personaggi. Non sa bene cosa fa e perché. Ma ha bisogno di rinnovarsi. E dato che cambiare cucina costa troppo, moglie non conviene e l’auto ha ancora le rate della vecchia, combatte in questo modo il sole nero dell’ordinarietà.
IL CREDULONE
Quando ha voluto inserire l’immagine, gli è stato chiesto se pescarla dalla galleria o se scattarne una al momento. Ma il nostro uomo – al quale le gallerie fan sempre un po’ paura, specialmente quando c’è traffico – non ha capito che quella seconda opzione era data fittiziamente per mostrare le possibilità della App, no, ci ha creduto davvero e ha pensato fosse una opportunità praticabile. Così, come in un interrogatorio, si è sparato la lampada in faccia, pardon il telefonino ed è comparsa un’immagine orribile. Ma lui (perché di solito è un lui) ha pure esclamato: “Dai che non sono uscito neanche male”.
LO STRAORDINARIO
Ha inserito un volto. Il suo volto. Primo piano. Riconoscibile. Uno scatto ben riuscito. Ritiene di essere una persona di una banalità spregevole. E’ il più trasgressivo ed eversivo di questa società, a ben pensarci.


