Intervista a Daniela Pasquali, la Pediatra di Rezzato va in Pensione

Intervista a Daniela Pasquali, la Pediatra di Rezzato va in Pensione

di Abrami Emanuele 

Come è arrivata a praticare a Rezzato? Aveva fatto qualche esperienza prima?

Io sono nata e cresciuta a Rezzato, dove peraltro la mia famiglia ha da sempre risieduto, ma per la formazione e i primi anni di attività mi sono spostata a Brescia: qui ho partecipato al primo corso di pediatria offerto dall’Università degli Studi di Brescia nell’anno 1984. Dal 1988 al 1991, invece, ho esercitato in uno studio di Brescia, per poi finalmente tornare nella mia Rezzato dove sono, da allora, sempre rimasta.

Cosa si prova ad esercitare una professione come la sua a Rezzato, il paese dove è nata e cresciuta?

Lavorare qui e lavorare in città sono due esperienze diverse. Invero, lo sono meno di quanto si possa immaginare. Il valore aggiunto del poter fare qui la pediatra sta nel poter conoscere tutta la popolazione: noi curiamo i bambini, ma curiamo anche, di riflesso o meno, i loro genitori, le sorelle, i fratelli… Si tratta di una cura a tutto tondo. Inoltre, restando sempre legata a questo bel contesto, ho potuto godere della gioia del rivedere tanti piccoli pazienti dei miei inizi tornare adulti, in studio, con i loro figli: quelle che avevi preso da bambine, ora le riprendi da mamme. Esercitando qui in paese inoltre si ha anche la possibilità di creare una rete con le molteplici strutture e realtà del territorio: dalle associazioni, come la Caritas, al centro vaccinale. Bisogna ricordare infatti, a maggior ragione in un contesto tutto sommato “piccolo” come il nostro, che è per il pediatra deve seguire il bambino sia nella cure delle eventuali patologie che a livello più “sociale”. Il lavoro del pediatra ha quindi due “tonalità” diverse: crescere il bambino sano dalla prima infanzia sino all’adolescenza, curandone lo sviluppo psicomotorio e piscofisico, e curare i vari malanni nei quali può incorrere.

Ci sono dei momenti particolarmente belli che ricorda? Momenti, invece, particolarmente difficili?

Ci sono alcune cose meravigliose legate alla mia esperienza e altre più dolorose. In generale, è molto piacevole poter accompagnare i più piccoli attraverso tutte le fasi della loro crescita. Momenti speciali ce ne sono tanti: in particolare quei piccoli riti che definiscono i passaggi da una fase a un’altra del rapporto pediatra-paziente. Per esempio, è piuttosto comune che i più piccoli abbiano un po’di “paura” quando si affrontano le prime visite. Poi, volta dopo volta, i bambini cominciano a fidarsi sempre di più, passando dallo smettere di piangere al salutare con la manina quando mi vedono fino al portarmi i loro disegnini in segno di affetto.

Ciò che invece deve dirsi essere più segnante e impegnativo è assistere e affiancare quelle famiglie e quegli infanti che vivono situazioni difficili, dove sono presenti magari handicap importanti o gravi patologie croniche.

Un ultimo aspetto non particolarmente piacevole della mia attività è stato quello inerente la burocrazia. Non solo a me, ma a molti colleghi, tutta questa parte pesa sempre di più, in quanto si fa via via più impegnativa, ingombrante e “digitale” (difficoltà ulteriore per chi, come me, non è nata nell’era dove queste nuove tecnologie sono state introdotte).

Come ha affrontato il Covid-19?

Sarei potuta andare in pensione già il 31 Gennaio, volendo. L’Autunno passato, però, decisi che non me la sentivo: non volevo lasciare i miei 1100 bambini soli nel bel mezzo dell’Inverno e delle solite febbri e influenze legate a quel periodo. Così, mi sono ritrovata a vivere tutta l’emergenza COVID. Per fortuna non ci sono stati molti casi di bambini gravemente colpiti dal virus in sé (qui e nei dintorni, nessuno). Ho dovuto però curare molti che hanno vissuto situazioni complesse legate al Coronavirus: magari uno o entrambi i genitori erano risultati positivi, o i nonni erano venuti a mancare all’improvviso, o i genitori erano entrambi infermieri e per questo dovevano vivere separati dai figli, affidati ai parenti… sono state circa una trentina i casi di questo tipo. Nonostante noi medici di base ci siamo sentiti un po’impotenti durante le fasi più critiche dell’emergenza, penso che sia stata maturata moltissima esperienza che tornerà sicuramente molto utile in futuro.

Di cosa si occuperà adesso, ha già qualche piano in mente?

Continuerò a formarmi ed informarmi per tutto quello che riguarda la medicina e la pediatria. Quella del pediatra è una vocazione che mi sono cucita addosso, per questo non mi sottrarrò mai dall’assistere personalmente chi ne avrà necessità. D’altra parte, per il momento, voglio prendere del tempo per riposarmi e soprattutto fare la nonna dedicandomi completamente alla mia famiglia.