VINCERE (l’editoriale del direttore)

VINCERE (l’editoriale del direttore)

di Matteo Salvatti

È vero che da sempre l’uomo ha equiparato la vittoria alla virtù, per cui l’aretê (la virtù, appunto) dei greci era propria di chi vinceva la guerra o una corsa, ed è altrettanto vero che la nostra è la società dei vincenti, dove dal “Gratta e vinci” ai concorsi a premi è il concetto di vittoria ad essere eccitatorio, ma è pur vero che, se non vogliamo perderci in un bicchier d’acqua e riflettere un attimo, dobbiamo ammettere che il mondo è sempre stato popolato di perdenti interessanti, partendo dalla letteratura e da Dostoevskji, che coi perdenti ci andava a nozze.

Ettore dell’Iliade era un perdente. Madame Bovary era una perdente, come era un perdente Julien Sorel di Stendhal, e che dire di Tancredi, Calandrino, e anche Umberto Eco ammiccava ai perdenti definendo stupidi i vincitori, attribuendo al caso la maggior parte delle vittorie, quasi si vinca per caso ma si perda per davvero. Si sa che a uscire cardinale dal conclave è ogni volta chi vi è entrato da Papa.

Non si può dunque pensare a una coppa, un podio del perdente, perché non è contemplata una figura che di natura perda: gli invincibili sono infatti coloro che non possono essere vinti, e gli imperdibili sono altrettanto coloro che “non ci si può perdere”, in un trionfo di  «Ce l’ho fatta, mamma sono arrivato uno», il payoff dell’Italia.

Anche chi non riesce è il primo dei non eletti. È l’idea antica del perdente marginale. Insomma: se proprio non si riesce a vincere si cerca di convincere. E di convincersi. Mentre il vincente è anche avvincente. Laddove si comprende non si riuscirà in una vittoria, si cerca di rifugiarsi almeno in una vincita, il suo surrogato depauperato di qualità e arricchito di moneta.

La perdita è sempre vista come antipatica: perdere peso, perdere tempo, perdere sangue, perdere la pazienza, perdere l’amore, mentre tutte le vittorie sono costantemente contro il male: vincere non solo le guerre, ma gli impulsi, l’ansia, la paura. Per cui piuttosto che mirare a obiettivi elevati e rischiare di non centrarli si preferisce cercarne di molto bassi e raggiungerli, perché conta appunto poter sventolare la bandiera della vittoria, anche se spesso è in realtà il fazzoletto bianco della resa.

La storia della fede è una storia di vittoria, da Gesù che afferma: «Io ho vinto il mondo»  a San Paolo: «Noi siamo più che vincitori», passando per le tenebre che non hanno vinto la luce. Le “Lodi Regali” avviano con Christus vincit.

Dal momento che siamo abituati a elaborare le perdite (il cui termine ormai è diventato un tutt’uno con lutto, facendo sì che la morte di qualcuno sia una perdita e viceversa il permanere in vita automaticamente una vittoria) siamo poco istruiti a vincere: bisognerebbe provocatoriamente cambiare la canzone in «Bisogna saper vincere, non sempre si può perdere», perché imparare a vincere è una sfida ben più ardua dell’imparare a perdere, dal momento che sono le vittorie a rovinare le esistenze, in genere, mentre le sconfitte sono di norma assai formative.

La sconfitta infatti viene regolarmente relegata all’oggetto in questione, mentre la vittoria è dopata e illude di non aver vinto, ma di essere dei vincenti tout court. È proprio nelle sconfitte che si impara a vincere, più che a perdere. In cinese vincere significa “saper gestire le difficoltà” qualcosa che noi assimiliamo alla perdita, quasi che i botti di festa e quelli di guerra non siano così distanti.

Se poi resta il dubbio che si può aver vinto imbrogliando, è suggestiva l’idea che il perdente abbia truffato e non ce l’abbia fatta.

Ma è anche vero che per esistere chi vince e chi perde deve instaurarsi una competizione. Di più: ci deve essere un avversario identificato come tale.

La storia pullula di uomini giunti ai vertici del potere non perché abbiano sbaragliato i concorrenti, ma perché non sono stati ritenuti all’altezza della sfida. A volte si sottovaluta la sopravvalutazione e a volte si sopravvaluta la sottovalutazione.

Da Putin a Himmler, sono tantissimi i casi di persone che hanno scalato il potere proprio perché ritenuti inoffensivi o addirittura manovrabili, riuscendo così a sedersi al tavolo della vittoria vincendo a tavolino, senza praticamente disputare. È quanto rappresentato da Agilufo di Calvino che non pareva un cavaliere ma solo una lucida armatura vuota.

Non bisogna nemmeno dimenticare che oltre ai complotti per far perdere, più sottili sono quelli per far vincere, perché il riordino degli equilibri passa anche dalle vittorie.

Nella Chiesa (che sa essere semplice come colomba ma anche astuta come serpente) c’è il Promoveatur ut amoveatur, ossia il “Sia promosso affinché sia rimosso”, come nel film “La moglie del prete” dove don Mario Carlesi (Marcello Mastroianni) viene nominato monsignore affinché si liberi della donna che lo aveva fatto innamorare.

Molto più prosaicamente, nella vita quotidiana, è applicato il principio di Peter, secondo il quale:  «Ogni membro di una gerarchia tende a essere promosso fino a raggiungere il proprio livello di incompetenza, dove si ferma».

E se è impossibile straperdere, volgare è anche l’idea che per vincere sia necessario stracciare l’avversario, perché l’umiliazione non solo non si confà al vincente, ma la misura di ogni vera vittoria è la vittoria di misura, è in quel poco in più che si evidenzia il proprio talento, mentre le vittorie brutali non indicano nulla sul valore del primo arrivato, ma sulla pochezza dell’avversario. Non c’è soddisfazione.

Ci sono infine vittorie che sono più nocive delle sconfitte e i cui costi finali le rendono veramente mutilate. È un po’ arrogantello autocitarsi, ma credo ci si debba arrendere a un mio aforisma che recita: «Lasciar perdere non equivale sempre a perdere».