Lettere al direttore

Lettere al direttore

Società degli eccessi? Nel cibo non è così

Caro direttore,

purtroppo viviamo in una società di eccessi, basti guardare le porzioni che ci vengono propinate quotidianamente dall’America, dove i popcorn al cinema sono ormai dei secchielli. A me piace molto il detto: less is more, e penso che questa corsa all’eccesso non faccia bene alla salute, al portafogli, all’umanità come spreco. Tutto deve essere sempre “più”, perché non ci si accontenta mai…non va bene così!

Laura Sgreccia

 

Ovviamente ci sono sprechi ed eccessi, ed è vero che se le donne per qualche mese sono in dolce attesa, tutti siamo sempre in attesa del dolce. Ma c’è anche una compensazione che forse non sempre si nota. Proprio anche nel cibo, per esempio. Chiunque dovesse confrontarsi con un norcino si sentirebbe spiegare che oggigiorno salami e cotechini devono essere prodotti con meno spezie, con meno grasso: certamente dunque meno saporiti, ma più digeribili, meno calorici e più atti perciò a un consumo più ravvicinato di quanto non accadesse quando li si trovava in tavola solo a Natale o in rare altre occasioni. Lo stesso vale per i pasticceri, i quali confermano quanto la clientela voglia dolci meno “dolci”, per le stesse ragioni: attenzione alla linea (in bilico tra la crema dimagrante e quella pasticcera), alla glicemia e, dato il consumo continuo, la predilezione per qualcosa che non disturbi e stanchi a causa di una assunzione protratta.

Matteo Salvatti

 

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Il tatto, un senso molto “praticato in città”

Caro Matteo,

per noi che siamo gente di pianura, recitava una canzone, e io continuo, la città ci fa sempre un po’ paura. Io sono un anziano signore, che, non mi vergogno, non era mai andato in metropolitana a Milano, anzi, era proprio una vita che non mi recavo in città. Ho scoperto una cosa particolare, ossia quanto in città si venga continuamente urtati. È tutto un “mi scusi”, “non volevo”, “pardon”, specialmente sulla metropolitana tutti ti vengono addosso, ti toccano, ti sfiorano, ti spingono, ti urtano. Da noi gli spazi sono molto più dilatati, ma anche proprio intendo quelli tra una persona e l’altra, non solo tra un edificio e l’altro. E questo mi dà molto fastidio. Oltre a sentire di più i profumi e non delle persone, si ha sempre a che fare con la corporeità del prossimo. Io sono abituato che soltanto il medico può venire in contatto con la mia fisicità. Non è qualcosa di poco conto. A me questo è quello che ha colpito maggiormente nell’andare un giorno a Milano e mi ha molto indisposto. Sarà che io sono goffo e dunque più facilmente incline a non orizzontarmi negli spazi, tuttavia veramente sono stato molto a disagio e penso che questo possa accadere a tanti. Non so se poi questo può favorire certi malintenzionati che con queste scuse possono avanzare palpeggiamenti o rubare portafogli con la scusa che, in qualche misura, ci si abitua e diventa praticamente normale che altri corpi interagiscano inevitabilmente con il nostro.

Tutto qui, grazie per lo spazio concessomi.

MICHELE ASTORI

 

Questo con-tatto ravvicinato, questa bolla prossemica è inversamente proporzionale alle relazioni. Più si è vicini, più c’è lontananza sociale.

MATTEO SALVATTI

 

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Siamo tutti chirichetti

 

Caro direttore Salvatti, ho una passione per le biografie. Una cosa che mi ha colpito, leggendole, è che, praticamente tutti gli uomini di cui si conosca la vita, hanno esordito come “chirichetti” o “chierichetti” che dir si voglia. A parte i tanti, anche mangiapreti (vedi Odifreddi) che hanno studiato addirittura in seminario, ma proprio la permanenza come servizio all’altare sembra essere una prerogativa di tutti. Scommetto che anche lei è stato un chirichetto.

MICHELA PASTORINI

 

Io volevo diventare sacerdote durante gli anni della scuola elementare. In cantina mi ero fatto costruire un altare, la sottoveste della nonna era il camice, e una sarta mi aveva confezionato anche le casule. Una coppa che avevo vinto come trofeo era il calice. Le ostie con le quali la zia assumeva le pastiglie erano le particole. I miei amici venivano ad ascoltare le mie liturgie. Officiavo anche i funerali. Nella cassetta della frutta adagiavo il pupazzo Rockfeller. La domenica, poi, servivo messa come chirichetto a tre messe, nella parrocchiale di Orzinuovi. Quella delle nove, quella delle dieci e quella delle undici. Entravo in chiesa a otto e mezza e uscivo all’ora di pranzo. Ricordo il “prosit” con l’inchino al sacerdote all’arrivo in sacrestia e quella frase, scritta sulla porta che mi segnò profondamente e che porto sempre con me, pensando che possa applicarsi a tante circostanze dell’esistenza: «Concedimi, Signore, di celebrare questa messa come fosse la prima, come fosse l’ultima, come fosse l’unica della mia vita».

Ai matrimoni gli sposi offrivano generose mance, mentre ai funerali il parroco ci riconosceva l’equivalente di un gelato se avessimo scortato il carro funebre fino al cimitero.

Due episodi comici, realmente accaduti. Una volta partimmo da casa del defunto: davanti io con la croce astile e cotta d’ordinanza, dietro, l’auto funebre con seduto, accanto all’autista, il sacerdote con il microfono che recitava il rosario. A seguire il corteo dei dolenti. Io, però, non conoscevo la strada, per cui cercai di immaginarla, di ipotizzarla. Avrò avuto sette o otto anni. Purtroppo sbagliai clamorosamente. Ovviamente il sacerdote e l’autista si accorse e, data la circostanza, non poteva suonare il clacson per intimarmi di cambiare traiettoria. Svoltò dunque lungo il tragitto corretto, mentre io, sorreggendo l’enorme croce, continuai a camminare, senza voltarmi, come mi era stato insegnato. Dopo venti minuti mi accorsi di aver sbagliato strada e di essere nel parcheggio di un centro commerciale trafficato. Lì  mi voltai, e mi accorsi di essere solo, in mezzo allo stupore e alle risa dei clienti che vedevano questo bambino che pregava ad alta voce issando questo crocifisso più grande di lui.

Un’altra volta, invece, andò anche peggio. Un defunto, abitante a Milano, aveva espresso la volontà di farsi seppellire nella sua terra d’origine, Orzinuovi. Terminata la liturgia io, sempre davanti al carro funebre, dovevo accompagnare al cimitero. Essendo tutti forestieri, compresa la ditta di onoranze funebri, e attendendoci il sacerdote direttamente al cimitero, io imboccai una strada sbagliata (questo la dice lunga sul mio senso dell’orientamento!) e quindi l’auto funebre, e a seguire il corteo mi seguirono finché ci trovammo in aperta campagna. Pensate alla scena! Allora non c’erano i telefoni cellulari con i navigatori. Prima una via asfaltata, poi sempre più stretta, poi scoscesa, poi sterrata e poi io che mi volto e ammetto: «Scusate, mi sono perso!»

MATTEO SALVATTI