Il Punto raccoglie spesso delle testimonianze di vita vissuta, momenti che aiutano a riflettere su come le esistenze possano essere fonte di dolore, di redenzione, di sofferenza e di riscatto.
Questa è la storia di Roberto, nome di fantasia e presto capiremo perché ha voluto restare anonimo.
Roberto confessa di aver iniziato a drogarsi con pasticche all’età di sedici anni. Poi è passato alla cocaina e infine all’eroina. Per sei anni è stato schiavo di questo tunnel nel quale, ammette, non intendeva uscire.
A lungo si potrebbe parlare delle cause che lo hanno portato a compiere quella che non vuole definire scelta. È convinto, infatti, che la droga non si scelga, ma ci si incappi dentro, si caschi, nel duplice significato di cadere proprio e anche in quello di essere ingenui e abboccare. Nessuno, infatti, Roberto ci confida, scientemente si alzerebbe una mattina dicendo: “Ho deciso che inizio a drogarmi”.
Non vuole, dicevamo, cercare le cause. Forse, anzi, sicuramente, saranno “concause” e poi, aggiunge: “Non mi piace cercare le cause perché cercare le cause significa cercare delle scusanti. Invece io sono responsabile dei miei errori. Parliamoci chiaro: quanti hanno avuto, che so, i genitori divorziati come me? E non per questo sono diventati dei tossicodipendenti. E quanti, ancora, erano lazzaroni e poi han messo la testa a posto trovando un lavoro? Quanti non avevano accanto una ragazza che li aiutava a superare i momenti difficili, o quanti si sentivano insicuri e messi all’angolo o vittime del bullismo? Ecco, perché non tutti han fatto la mia fine? Perché non è automatico niente nella droga, non ci sono automatismi”.
Gli chiediamo allora non di soffermarci sui soldi spesi, sulle overdose, sui rapporti interpersonali interrotti, sulle crisi di astinenza, sul dolore causato alla sua famiglia (si potrebbe scrivere un libro in merito) ma piuttosto sul suo riscatto.
Rimaniamo incuriositi perché ci descrive un mondo diverso da come spesso uno può immaginarselo. La strada per tornare alla vita, come la definisce, non è affatto in discesa. Ci possono essere ricadute, attimi di desolazione dove si urla a se stessi di non farcela.
Nel suo caso è stato un sacerdote, amico, ad avvicinarlo: “La fiducia verso una persona è fondamentale. Si cade da soli ma non ci si rialza da soli. E non bastano le figure professionali. Occorrono figure credibili. Persone delle quali ci si possa fidare. Perché la droga è una sfiducia in se stessi e nel mondo, per cui per uscirne bisogna passare da una relazione, da un incontro con qualcuno che ti insegni che una vita diversa ci può essere”.
La vita in comunità, spiega, non è facile. “Ci sono gratificazioni, ci sono soddisfazioni, ma non è un parco giochi. D’altronde è intuitivo, una situazione seria non può essere risolta in modo facile, immediato, quasi magico. Tanto si scende tanto poi bisogna risalire. È importante non scoraggiarsi, è importante capire che anche una semplice attività manuale come dar da mangiare ai maiali o tagliare l’erba può essere una cura, un obiettivo, un significato a chi viveva senza alcun senso. Ho imparato poi una cosa molto importante, ossia il concetto di stare insieme, di comunità, appunto. Perché il tossico è dannatamente solo. Stare insieme invece significa non solo vincere quella solitudine che apparteneva all’uomo vecchio, ma anche imparare a disintossicarsi dal concetto stesso di dipendenza: per cui, faccio un esempio, la televisione è condivisa, perché va vista appunto nell’ottica del noi e non di un egoismo che porta al diventare schiavi di qualcosa”.
Ora Roberto è uscito dalla comunità, è pulito, come si definisce, ma non tutto è risolto per sempre: “Io amo il mio paese ma per molti, anche se lavoro come operaio, sono una brava persona, almeno mi reputo tale, per molti dicevo sono ancora il drogato, èl drogat”. Chi mi sta vicino mi suggerisce di andare ad esempio a vivere in città, dove non mi conoscono, ma io amo il mio territorio, qui sono cresciuto e non vorrei andarmene. È vero che è più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio. Però in comunità ho imparato ad accogliere, e non a giudicare e nemmeno a sentirmi giudicato. Dunque chi lo sa: magari anch’io avrei pregiudizi se non avessi avuto il passato che mi ha caratterizzato”.
Chiude con una curiosa considerazione: “Se dovessi scegliere, così, a caso, una cosa che la nuova vita mi ha donato è stato il piacere di mangiare un gelato. Sembra una cosa assurda, uno pensa a chissà che valori o a cosa lontane dal mondo. Io, invece, quando mi facevo, deridevo dentro di me quelli che stavano bene andando al ristorante. Quando sono uscito, un giorno, me lo ricorderò sempre, stavo facendo una passeggiata, quando sono passato davanti a una gelateria e mi è venuta voglia di gelato. Sono entrato, sembravo un bambino davanti a tutti quei gusti. Riuscivo a scorgere i colori, ero entusiasta. Mi sono preso un megacono ed ero felice, sentivo il gusto, un sapore, una gioia che non ricordavo il tempo di aver provato”.


