L’editoriale: ESSER FIGLI

L’editoriale: ESSER FIGLI

MATTEO SALVATTI

Non aveva mai incrociato il volto del padre, morto un mese prima della sua nascita, all’età di trentaquattro anni. A cinquant’anni il mio amico fu chiamato alla riesumazione del feretro. Il corpo si era conservato. Intatto. «In un attimo – mi confidò – io, che avevo mezzo secolo, mi ritrovai dinanzi al corpo di quello che vedevo come un ragazzo. Era mio padre. Capii d’istinto cosa significasse essere figli».

Ha ragione Paolo Di Paolo: nulla ci accomuna come essere figli. È la dimensione che più ci è propria, quella della figliolanza. È la ri-conoscenza per eccellenza, la pietà filiale già cara a Confucio. La gratitudine tramite riscoperta dell’unico comun denominatore. Il patronimico (in)scritto nel Dna prima che sulla carta d’identità. È così piacevole e pervasiva l’idea dell’esser figli che vi ci si appoggia in ogni occasione per trovare una collocazione comoda: dai figli della luce ai figli dei fiori, dai figli delle stelle ai figli della lupa.

E se il legame indissolubile con una cosca avviene tramite “affiliazione”, l’ambizione più alta di un fedele è quella di poter essere annoverati (Padre Pio su tutti) tra i “figli spirituali”.

Non tutti generiamo. Ma tutti siamo generati. Si può non conoscere i propri genitori, si può disconoscere i propri genitori, ma, tutti, “veniamo da”. Costantemente preoccupati sul dove andare, ci scordiamo non di rado da dove veniamo. E non è una semplice riduzione in chiave genealogica, non è religiosità da culto degli avi che costituirebbero una sorta di iva, di imposta sul valore aggiunto al nostro essere. No, perché se l’esser figli si riducesse all’esser figli di, all’esser nipoti di, si consumerebbe l’ennesimo “lei non sa chi sono io”, si caricherebbe il classismo sulle spalle del bambino che fa spallucce in classe mostrando la via preferenziale.

Al contrario è più incisiva e pregnante l’immagine di Enea che fugge dell’incendio prendendo il figlio per mano, ma sulle spalle il vecchio padre Anchise.

L’esser figli è un concetto comune, e è bello abbracciarlo nella globalità, senza particolarizzare, che significa poi deragliare nei particolarismi. Non è il principio delle colpe dei padri che si riversano sui figli per un numero imprecisato di generazioni a doverci interpellare, quanto piuttosto l’idea stessa che il “mi sono fatto da solo” è figlia (appunto) di una concezione imprenditoriale che può avere un senso se relegata appunto all’ambito industriale.

L’esser figli, invece, ci accomuna su quell’unico terreno che ci è proprio, ed è la relazione, perché la nostra unicità deriva da una relazione, foss’anche in provetta è sempre il risultato di un incontro, di più: l’incontro di due diversità. Quasi la dimensione che tende all’incontro sia proprio insita nell’uomo. Non per nulla Aristotele asseriva che chi pensa di poter vivere da solo o è un Dio o è una bestia. Poi aggiungeva che neppure Dio può esser felice perché è solo, è una cosa sola. Ecco allora la dimensione trinitaria del cristianesimo, “non nell’unità di una sola persona, ma nella trinità di una sola sostanza”, recita il prefazio della Santissima Trinità.

Se è vero che nel corso dell’esistenza continuiamo a rinnovarci e a reinventarci, che miliardi di cellule muoiono, altre nascono e rinascono, quell’unica certezza resta: l’esser figli. Così come non si smette mai di essere genitori, si è sempre figli, anche senza la presenza fisica di chi ci ha dato la vita. Prima di essere figli del proprio tempo si è figli nel tempo, per tutto il tempo. E lo si è anche col tempo. Tanto meno i genitori incidono su di noi tanto più noi avvertiamo di essere figli. La saggezza di un tempo aveva coniato un’espressione stupenda: in dialetto bresciano il figlio “fiel” è connotato nell’età dell’adolescenza/maturità, “Quan che ta saret fiel”, “quando sarai figlio” – tradotto  letteralmente – quasi a esprimere quanto non solo si nasca figli ma figli lo si diventi un poco alla volta e solo nella pienezza del giudizio si possa comprenderne a pieno il significato.

Sempre ci confronteremo, magari senza avvertirlo, con questo dato di fatto così radicato al punto che l’offesa per eccellenza è legata all’ingiuria verso la madre: “figlio di…” e “li mortacci tua” diventa a Roma lo sfregio per interposta persona. Chi definisce un individuo “Figlio di nessuno” non comunica qualcosa, ma scomunica qualcuno, lo riduce allo stato laicale della società negandogli ogni identità.

È stato appurato che “mamma” è la parola più spesso pronunciata dai morenti, perfino da persone che han perso la lucidità.

Guardiamo le dediche: non abbozzo statistiche, ma la maggior parte delle tesi di laurea sono dedicate ai genitori. Non pochi scrittori scrivono parole splendide sui genitori nella pagina dedicata alla dedica. Tra i pensieri più ricorrenti c’è una vena di amarezza per le delusioni provocate, e la speranza di poter vivere pensando di aver suscitato qualche orgoglio. Non so cosa appaga come sapere che i nostri genitori sono fieri di noi. L’imperativo di onorare il padre e la madre è non a caso una delle dieci leggi mosaiche.

È qualcosa, se ci si pensa, di stranissimo. Noi impariamo tutto dai genitori, eppure loro ci insegnano a diventare uomini, non a essere figli. Non c’è scuola, parrocchia, associazione che ci istruisca in tal senso. Se ultimamente hanno orchestrato le scuole per genitori, quelle per figli paiono superflue: è come se fossimo tartarughe che appena nate conoscono la strada. Qualcosa di così insito in noi da non necessitare neppure di essere esternato, come tutto ciò che è indiscutibile. Mi ha sempre colpito, infatti, l’appellativo (i nomi sono tutto e manifestano la realtà, noi conosciamo grazie alle parole) con il quale i figli chiamano i genitori: “Mamma, papà, papino, papy ecc” mentre nessun genitore chiama “figlio/a” il proprio figlio/a. Così come c’è il termine vedovo, orfano, a seconda che si perda il coniuge, i genitori, ma non c’è un vocabolo per chi ha perso il figlio, quasi la natura veda proprio l’esser figlio uno stato che idealmente non può venir meno.

In una società che privilegia i figli d’arte, non sarebbe affatto male imparare l’arte d’esser figli.