Autorizzati al male

Autorizzati al male

 

C’è qualche grammo di verità, di una atroce, ripugnante, ma pur sempre verità nell’esternazione berciata da uno studente di scuola superiore che si avvicina alla cattedra e intima il professore: “Chi è che comanda? Inginocchiati e mettimi 6“. Questa verità sta proprio nell’espressione di stampo militaresco: “Ti faccio vedere chi è che comanda“.

Non è, infatti, una richiesta, non è una minaccia, e non è neppure una offesa. Per questo l’episodio travalica la maleducazione cui le cronache ci hanno ahimè abituato. Perchè davanti alla scurrilità, ma foss’anche davanti alla violenza, il rimedio è l’antitesi, è la punizione.

Questo “caso” (dove per caso qualcuno potrebbe come scorciatoia vederci un “caso” di stampo clinico, psichiatrico) invece si colloca in un’altra dimensione, ancora più aberrante perchè in una sorta di dialettica. La grammatica è quella non della provocazione, ma della constatazione. Lo studente in questo caso prende atto della sua superiorità manifesta, la esibisce con disinvoltura dinanzi ai suoi compagni. “Inginocchiati“, umiliati, dimostra a tutti che sei inferiore a me, anche plasticamente, anche visivamente.

L’adolescente non urla, non picchia, la violenza fisica e verbale si impongono quando il potere non c’è e in modo prevaricatorio lo si vuole ottenere. Qui non ce n’è bisogno.

Perchè c’è un po’ di verità, nelle sue parole? Perchè il poterle proferire, l’esser giunto a sentirsi legittimato a farlo implica che, comunque, pochi secondi prima, pochi giorni prima, qualche settimana prima di vomitare quei termini, il clima instauratosi era diventato atto, propedeutico per lui (come forse anche per altri alunni) a quel gesto.

E’ la teoria delle finestre rotte fatta aula scolastica, dove l’humus era quello che conteplava quella reazione. Il che, paradossalmente, viene confermato dagli altri ragazzi, i quali, loro malgrado, non si rendono conto di star girando lo stesso film, ubriacati della stessa essenza.

Infatti qualcuno accenna un: “Dai..ma dai..basta…” il che se a uno sguardo epidermico potrebbe apparire una forma di disapprovazione, in realtà, se ci si pensa, data l’indicibilità del comportamento, altro non è che un comprovarne la convalida. E’ un: “Non ti sembra di esagerare?“, è la madre che placa il padre troppo severo, è un pari che cerca di mitigare un’aggressività che, seppur in modo latente condivide, forse sta assumendo una tinta troppo eccessiva. Sembra voler far ragionare: “Dai, capisco, hai ragione, ma mostrati superiore, lascia perdere“. Un teatro dell’assurdo. Un tempo si diceva che un figlio che dice “scemo” al genitore ha ragione, perchè un genitore che glielo consente dimostra di esserlo.

Nessuno pensa, ovviamente, che quel docente meritasse quel trattamento, anche qualora dovesse aver peccato di troppa fragilità, troppa indulgenza, troppo buonismo. E’ indubbio, però, che la sicumera con la quale si è svolto il tutto fa pensare che il giovane si fosse sentito intimamente autorizzato. Ecco: su questo c’è da riflettere. Si può combattere il male fin tanto che, da entrambe le parti, c’è la consapevolezza della sua natura. Ma qui?

Matteo Salvatti