Giorgio Pressburger, parlando della sua relazione con Dio, scrive: “Se parli troppo di Dio è come se avessi rinunciato a viverlo”. Un po’ come la vita che, si sostiene, o la si vive o la si scrive. Forse questo passo può condensare un po’ il significato e i nostri auguri di Natale.
Leggere (ma anche scrivere) sul Natale dà l’impressione artificiosa di aver ora espletato un dovere rituale, ora di essersi immersi in un fluido, dal quale, poi, si esce però asciutti se la temperatura esterna è troppo distante.
L’uomo infatti simula così bene spesso i propri sentimenti da credere poi a un certo punto di provarli veramente. Forse non crediamo veramente. Forse vogliamo credere. Forse ci illudiamo di credere e ci convinciamo. Questo non solo in ambito religioso, ma certamente a maggior ragione verso quel Dio che gioca al chiaroscuro e che, per dirla con Pascal, ci ha lasciato abbastanza luce per credere e abbastanza tenebre per dubitare. Ma anche l’albergatore ha visto Maria e Giuseppe e non s’è accorto di aver scansato i clienti più prestigiosi confondendo la storia della nascita con la nascita della storia.
Il problema forse non è dunque parlare di Dio ma parlarne troppo, annacquandone la presenza che, invece, per i credenti, dal primo istante, è stata silenziosa e difficoltosa da scorgere. E certamente mai prevedibile, mai banale, quelli sono gli arnesi del mestiere del diavolo, che tenta sempre tutti allo stesso modo in modo ovvio.
Il Dio che si fa uomo e che necessita della nostra protezione è un po’ l’immagine dell’amore che ognuno serba verso la persona amata: il desiderio di proteggerla, di dimostrare quanto conta per noi, prima di quanto noi contiamo per lei.
Poiché, è noto, non essere amati è una sfortuna. Ma non saper amare è una tragedia. E l’amare è prima di tutto un vaccino. Un vaccino alla paura: conosci un altro modo per fregar la morte? (Ligabue).
Sembra paradossale, ma il nostro modo per augurarvi un sereno Natale è proprio quello di non essere presenti in quei giorni, perché, come abbiamo scritto all’inizio, parlare troppo di qualcosa significa aver rinunciato a viverla. Si sa che infatti, come vuole la metafora della spada, si dà in lunghezza ciò che non si sa dare in profondità. La ricerca di Dio (urgenza tanto per il non credente quanto forse ancor più per l’uomo di fede) non è l’adesione a un articolo, a un testo, e nemmeno è un generico interrogarsi. Forse è qualcosa più vicino al prendersi a pugni. Un tormento.
L’inno degli Angeli: “Pace in terra agli uomini di buona volontà” indica proprio che a contare è il nostro desiderio di compiere un progetto grande, e non un vago risultato dolciastro e caramelloso. Non sapremo mai bene dove c’è davvero il Natale, ma sapremo dove non c’è. In tanti sterili “Buon Natale” sciorinati per velocità, per tradizione, per comodità. Il Natale, da quello storico come evento a quello personale di ognuno di noi, è, invece, scomodissimo.
Matteo Salvatti


