Ecco l’intervista che don Matteo Ceresa ha concesso al Punto. Eccone una parte
1. Come prima domanda, una forse un po’ strana: ha paura? Teme la difficoltà di un sì per tutta la vita, in una società che vuole vi siano solo scelte provvisorie o comunque modificabili?
Più che di paura parlerei piuttosto di una grande emozione che mi sta accompagnando in questi giorni di preparazione all’ordinazione. Sento la vicinanza e l’amicizia di tante persone, di tanti amici, primi fra tutti la mia famiglia. Oggi è vero, non siamo più tanto abituati a scelte di vita che chiedono un “sì” così duraturo però credo che davanti alla bellezza e alla grandezza di una vita che ti appare veramente come buona non ci si possa tirare indietro facilmente, e il “si” allora lo dici con tutto te stesso.
2. Fatta questa premessa, iniziamo: la sua è stata una vocazione di tipo “fulminante” o un percorso che poco alla volta l’ha illuminata?
Molti pensano che la vocazione sia qualcosa che uno intuisce o sente all’improvviso e chiaramente. Magari a qualcuno capita così ma nel mio caso non è successo nulla del genere. La mia vocazione nasce in modo molto semplice, è cresciuta con me, e il Signore l’ha fatta maturare attraverso gli incontri, le attività che svolgevo, i luoghi che vivevo. E questi luoghi e incontri sono anzitutto la mia famiglia, dove ho sempre respirato un clima di fede semplice e sereno, e poi certamente la mia parrocchia e il mio oratorio. Sono cresciuto a Ciliverghe e quindi la mia vocazione porta i volti dei sacerdoti, dei catechisti e delle tante persone che mi hanno aiutato a crescere lì dove trascorrevo le mie giornate da bambino e poi da adolescente e giovane.
3. Come sono stati gli anni del seminario? Come li definirebbe e come sarà differente la vita in qualche modo da solo?
Al Seminario devo davvero tanto, sono stati anni di grande crescita. Studi, preghi, cresci come uomo e come cristiano, vivi a contatto con nuove parrocchie in cui ogni anno sei inviato, ma soprattutto condividi la strada con ragazzi della tua età che vivono le tue stesse domande, la tua stessa ricerca. Questo mi ha aiutato molto: sentirmi parte di un gruppo di veri fratelli che, malgrado le diversità di ciascuno, sono incamminati con te verso la stessa chiamata. Negli anni di formazione è tanto il lavoro da fare su noi stessi e non mancano a volte i momenti un po’ impegnativi, anche interiormente, ma come insegnava Gesù, dove ci sono i fratelli lui è presente in mezzo a loro. Da solo tutto cambierà, certo, ma poi in realtà non si è mai soli per davvero.
4. Sicuramente molti giovani che la leggeranno potranno pensare a una scelta come la sua: operativamente, cosa consiglia? Come comportarsi?
Papa Benedetto XVI ai giovani diceva una frase che a me piace molto: “Non abbiate paura di fare entrare Cristo nella vostra vita: lui non toglie nulla ma dona tutto!”. A volte ci viene presentata la vocazione al sacerdozio come un privarsi di qualcosa, un rinunciare alle gioie della vita. Se questo cammino mi avesse reso triste sarei scappato dopo pochi giorni. Rispondete con coraggio di sì al Signore e vedrete che la vostra vita si riempirà di gioia e sarà veramente piena, impegnativa di sicuro, però tanto bella. Dopotutto anche gli atleti quando si allenano fanno fatica, ma poi quando raggiungono il traguardo sono al settimo cielo!
5. Ha mai avuto dubbi circa il tipo di vocazione? Ad esempio un ordine religioso che particolarmente la affascinava?
Dubbi non direi, mi sono anche chiesto più volte se non fossi meglio, un domani, come sposo e come papà… Però nel cuore ho sempre sentito che ero chiamato ad altro. Io sono molto legato a San Filippo Neri e, dopo un iniziale pensiero alla congregazione dell’Oratorio, da lui fondata, poi ho capito meglio di essere più portato per la parrocchia.
6. Un giovane sacerdote ha ambizioni o ne è privo? Pensa alla sua vita sperando di diventare monsignore, vescovo, di gestire una parrocchia importante o sono pensieri umani, troppo umani, per dirla con Nietzsche che non toccano i sacerdoti?
Con buona pace di Nietzsche, anche i preti sono umani! E menomale. I desideri li abbiamo tutti però sinceramente no, non ho mai pensato a cariche particolari. Vivo la disponibilità di chi è proprio all’inizio del cammino. Sempre San Filippo Neri, davanti a particolari cariche che gli venivano proposte, diceva: “Paradiso, paradiso!”. Ecco, vorrei che fosse questa l’ambizione più grande del mio sacerdozio!
Nell’edizione cartacea tutta l’intervista


