Economy Covid.0: Analisi e Scenari con uno Sguardo Rivolto a noi Stessi e al Nostro Verosimile Futuro Prossimo

Economy Covid.0: Analisi e Scenari con uno Sguardo Rivolto a noi Stessi e al Nostro Verosimile Futuro Prossimo

Intervista di Michele Scalvenzi – Sergio Vergalli, classe 1974, Professore associato di Politica Economica all’Università degli Studi di Brescia, Presidente nazionale di IAERE Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente e delle Risorse naturali e responsabile scientifico del gruppo di ricerca “Agenda 2030” della Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM). E’ con lui che decidiamo di affrontare un tema tanto insolito per queste pagine quanto dirimente per inaugurare una stagione di riflessione vivida (vera) che consterà, in forza dei tempi, un assorbimento totale delle nostre esistenze, compreso di quei piccoli gesti, semplici, come lo sfogliare le pagine de “Il Punto” o di qualsiasi altra testata. Nel caldo delle nostre case, per chi ha potuto godere del focolare forzato, forse non ci saremmo mai domandati quale relazione possa mai esistere tra emergenza Covid e “tipping point” , forse non ci saremmo mai domandati se davvero la questioni sanitare fossero collegate con il mantra della sostenibilità né tanto meno se dovessimo considerarli come punto di ripartenza dopo la sforbiciate generazionali che il Covid ha inferto alle nostre “demografie”.

Cominciamo proprio da qui Professore, potrebbe darci una dimensione economica della tragedia, ovvero quale lettura un economista come lei può dare al tema e in cosa potrebbe differire rispetto ad una classica analisi di dati economici.

Oltre alla tragedia umana che è ovviamente incommensurabile, si aggiunge un altro elemento che purtroppo aggraverà la situazione: La crisi che stiamo affrontando, e che durerà ancora per molto, purtroppo ha delle caratteristiche che non si erano mai verificate prima. E questo porta e porterà ad una reazione non troppo lucida da parte degli attori economici. Si tratta di una crisi sia sul lato dell’ offerta che della domanda con un rischio molto alto di distruzione della capacità produttiva. Se si vuole cercare uno scenario simile, bisogna considerare ciò che accade in un Paese durante una guerra: l’offerta crolla a causa della riduzione degli input, del capitale fisico, della forza lavoro, etc., a seguire la domanda; alcune attività produttive devono essere riconvertite per combattere il nemico, la spesa deve essere sostenuta dallo Stato e il debito pubblico aumenta. Quando la guerra sarà finita, ci sarà una capacità produttiva da ricostruire, un debito da ripianare ed un sistema economico da ripensare. Ma il problema oggi è simile ma non uguale. Non si ha una vera distruzione della capacità produttiva in termini fisici ma può avvenire in termini economici-finanziari: se il lockdown dovesse continuare per un lungo periodo, c’è il rischio che le imprese non sarebbero più in grado di proseguire le attività. Le imprese, infatti, durante il blocco delle attività non hanno entrate ed hanno solo costi da sostenere. Ecco qui la necessità di sostenerle ed il richiamo da parte di Mario Draghi affinché non si guardi al debito pubblico ma alla conservazione della capacità produttiva delle imprese. Stiamo infatti attenti che la chiusura di una impresa ha un effetto domino esponenziale, anche perché impatta sui consumi e quindi sulla domanda, attraverso l’aumento della disoccupazione. Ecco perché è necessario un sostegno da parte del Governo italiano e da parte dell’ Europa. Il sostegno delle imprese ha anche una seconda necessità strettamente legata alla prima: deve evitare che si crei fretta nella riapertura delle attività. Potremmo ripartire solo se il rischio di una seconda ondata sarà sufficientemente ridotto, altrimenti non avremo alcuna garanzia su ciò che accadrà.

Proviamo ora a fare un passaggio “dimensionale” e passare a quella antropologica, A questo proposito ci viene in mente un articolo di Domenico Quirico (La Stampa, Domenica 5 aprile 2020) in cui giustamente si poneva lo sguardo alla crudeltà dell’epidemia nello spogliare anche della certezza di essere amati, riferendosi alle morti “solitarie” delle terapie intensive. Restando in tema di umanità, secondo lei l’economia che apporto potrebbe dare in tal senso. Quale potrebbe essere la chiave di volta, o di svolta, anche rispetto ai valori indicato dai cosiddetti obiettivi di sostenibilità, come da lei più volte indicati nella sua attività di ricerca.

Ha citato un “tipping point”. Ebbene il tipping point è un punto di non ritorno. E’ un istante nel tempo che modifica la realtà fra ciò che c’era PRIMA e ciò che c’è DOPO. Recentemente, prima che si diffondesse il COVID-19, si discuteva del “punto di non ritorno” legato alla concentrazione di CO2. In realtà ne parlavamo già nel 20031 in un articolo in cui si cercava di comprendere il legame fra concentrazione di CO2, incremento della temperatura ed aumento della probabilità di eventi catastrofici. Ebbene l’anno scorso l’IPCC (Intergovernal Panel on Climate Change, gruppo intergovernativo fondato nel 1988 per studiare il cambiamento climatico) ha pubblicato un report in cui si paventava il rischio di un tipping point, legato all’incremento della temperatura globale: se la temperatura fosse aumentata oltre 1,5 gradi e mezzo, ci saremmo trovati di fronte a scenari irreversibili ed imprevedibili ma, in ogni caso, non positivi per il pianeta. Ma, in realtà, i punti di non ritorno sono, sono stati e saranno, sempre più di uno. Ogni volta che un evento irrompe e modifica lo status quo per sempre. Già da anni si paventava un rischio pandemico. E’ noto il famoso TED talk di Bill Gates del 2015 in cui metteva in guardia l’umanità nei confronti della prossima catastrofe: non causata da un attacco nucleare, ma dai virus. Le sue osservazioni si concentravano sul fatto non eravamo assolutamente pronti e che avevamo speso troppo poco per cercare di contenere la diffusione di un virus. L’impressione è che con il COVID siamo molto vicini ad un punto di non ritorno. Almeno per alcuni elementi. Sicuramente il sistema sanitario ed economico non era pronto. L’umanità si è scoperta vulnerabile nei confronti di qualcosa di molto piccolo, nonostante tutta la tecnologia, nonostante tutte le risorse economiche ed anche il sistema economico, cade di fronte a qualcosa che, ancora, non era accaduto. Come i marziani della “Guerra dei Mondi” di H.G. Wells, uccisi dai batteri: avevano armi potentissime, tecnologie fuori portata per gli umani, ma non erano immuni ai batteri. Ci siamo scoperti molto fragili e non preparati. E qui entra un punto cruciale, anche rispetto al “DOPO”. Dove nasce la fragilità? Da un lato dall’ignoto (il virus è totalmente nuovo ai virologi e quindi lo stanno studiando giorno per giorno, anche basandosi sulla propria conoscenza pregressa e virus simili come la SARS) e dall’altro da un problema sistemico dell’ economia. Bill Gates, nella sua talk, sottolineava come si stesse spendendo poco. La domanda è: perché? Perché il rischio non era ben compreso come possibile e perché, anche se lo fosse stato, per anticiparlo, sarebbero dovuti essere sopportati elevati costi, soprattutto di ricerca, che non avrebbero avuto immediate ricadute economiche in termini di profitti. Inoltre FORSE la pandemia non sarebbe mai avvenuta ed inoltre FORSE i costi sostenuti non avrebbero consentito di EVITARLA. Siamo di fronte ad un tipico trade-off intertemporale: costi oggi certi versus guadagni incerti domani, o meglio, versus mancati costi incerti domani. E la natura umana ci porta a preferire il certo all’incerto e l’oggi al domani. Oltretutto, credo che il mondo stesse esasperando il presente rispetto al futuro: le comunicazioni sono accelerate in maniera vorticosa, le notizie arrivano quasi prima dell’evento, internet ha accelerato tutto il processo e siamo sempre a rincorrere il momento, sempre più velocemente, sempre più di corsa, in affanno. E la globalizzazione ne è una macroscopica rappresentazione sistemica. Paradossalmente il COVID si è proprio avvantaggiato di questa rapidità per diffondersi nel mondo, prendendoci alla sprovvista. E purtroppo siamo arrivati tardi. In realtà il sistema economico stava, da tempo, iniziando a confrontarsi con questo modello identificandone alcune lacune, soprattutto nella mancata visione del futuro e nel maggior peso del presente. Si stava (ed in realtà si sta tuttora) discutendo sul concetto di sviluppo sostenibile. Uno sviluppo sostenibile, per definizione, è “quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. In questo concetto, si comprende che il trade-off- presente-futuro e certo-incerto deve essere ripensato. E per farlo bisogna darsi degli obiettivi e perseguirli, anche a costo di sostenere dei costi infruttiferi oggi. Perché, altrimenti, c’è il rischio di incappare in danni futuri di lungo periodo. Con questa idea si sono sviluppati i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile della Nazioni Unite, dove, l’Obiettivo 5, è proprio legato alla ricerca della Salute e del Benessere per tutti. E tutti sono consci che il perseguimento di questi obiettivi deve essere sistemico: tutti devono muoversi in modo da garantire una crescita armonica. PRIMA del COVID, si stava faticosamente e lentamente, andando in questa direzione. Ma troppo lentamente. Uno sviluppo sostenibile deve anche avere una capacità predittiva che permetta di evitare rischi futuri, ma affinché ciò avvenga, il sistema DEVE già essere sul sentiero sostenibile. E noi non lo eravamo. Potrebbe questo shock portarci sul sentiero? Difficile a dirsi oggi. Certamente ci porterà indietro e cambierà in modo irreversibile alcune cose. Forse ci ha fatto però comprendere alcune cose: lo sviluppo sostenibile può magari tutelarci da rischi futuri e quindi forse val la pena sostenere costi oggi che PRIMA non ci sembravano convenienti. Forse siamo riusciti a dare un senso, sociale ed economico, a questi costi ed allora siamo più in grado di sopportarli.

Il dopo. Uno snodo “affilato” soprattutto perché immaginarlo concretamente (sembra già un ossimoro di per sé) ci espone al risiko delle ipotesi e contro ipotesi, tra catastrofismi e “teologie”delle speranza, di quelle del “tutto andrà bene”. Secondo lei, l’economia che ruolo deve giocare in questa difficile partita? Potrà mai esistere un punto di alta mediazione?

Il DOPO è molto complicato, come già lei anticipa. Sul fronte economico, dipende molto da due elementi: quanto durerà la pandemia e quale sarà l’intervento della Europa. Oltre a ciò ci saranno sicuramente dei cambi strutturali.

Iniziamo dal primo punto: quanto durerà. Ovviamente non ho la sfera di cristallo ma quello che posso osservare dal pregresso (Cina), la durata è di almeno 2 mesi. Dai noi si sta pensando alla lenta riapertura dal 3 di maggio, circa 2 mesi e mezzo dal primo caso di Codogno. Nel frattempo però si sta sviluppando con un po’ di ritardo in altri Paesi: Stati Uniti, Spagna, Francia, etc. Ma quello che più mi preoccupa sono i Paesi dove ancora si sa poco e poco si saprà, come l’India, o i Paesi Africani che, ahimè, hanno un sistema sanitario più debole, dove, in taluni casi, si ha un altissimo tasso di mortalità per cause molto più semplici del COVID: la dissenteria, per esempio uccide più bambini nel mondo dell’Aids, della tubercolosi e della malaria messi insieme. In realtà dove il problema è l’assenza dell’acqua o dell’acqua pulita, come ci si può lavare le mani per evitare di prendere il COVID? Quindi si diffonderà senza controllo? Il clima permetterà di tutelare le persone, almeno dal COVID? Questo noi non lo sappiamo, tuttavia ciò che sappiamo è che probabilmente, se gestiremo bene le cose, saremo i primi ad uscirne, ma non saremo ancora al sicuro. Perché il COVID potrebbe tornare da altri Paesi che nel frattempo lo svilupperanno e da Paesi che non avranno alcuna contabilizzazione dei casi. Questo avrà delle implicazioni non banali dal punto di vista economico. Il commercio dovrà essere almeno parzialmente rivisto, così come i viaggi. Se altri Paesi non sono sicuri non conviene viaggiare lì, e non conviene che alcuno provenga da fuori senza un controllo: verranno sviluppati dei patentini di negatività per poter circolare? Servirà una quarantena di osservazione? Verranno utilizzate in modo efficiente le app di controllo degli spostamenti? In ogni caso l’effetto sul settore turistico e dei viaggi (aerei in particolare) subirà un danno di medio periodo anche perché nel frattempo le persone diventeranno più caute negli spostamenti.

Quale sarà il ruolo dell’Europa? Questa crisi porta a due effetti: ciascun Paese deve ragionare sulla propria resilienza (ma ci torneremo dopo) e quindi deve essere più individualista; nel contempo gli Stati devono lavorare in modo cooperativo a livello macroeconomico: ci si è resi conto che la pandemia aggredisce tutti i Paesi e nessuno ne è immune e, nel contempo, tutti hanno bisogno di politiche fiscali e monetarie straordinarie per fronteggiare una crisi desueta. Serve una arma comune per difendersi e l’arma deve essere combinata e molto molto efficace per tutelare la capacità produttiva di ciascun Paese. Nonostante il braccio di ferro interno alla Unione Europea, ci si sta rendendo conto che tutti gli Stati sono legati e che se crolla un tassello del domino, tutti gli altri molto probabilmente cadranno principalmente a causa di una riduzione della domanda. E’ quindi necessario, ma credo che si verificherà, un punto di alta mediazione.

Nemmeno troppi anni fa eravamo nel pieno della crisi Lehman Brothers e afffini, oltre a registrare la debolezza della politica sempre più incline a facili populismi e soluzioni “gridate”. Immaginando le prossime fasi, lei crede che potrà esservi una svolta?

Credo e spero che questa crisi ci sia da insegnamento. Purtroppo ce ne sono state altre e non sempre abbiamo imparato. Tuttavia, il mio pensiero, stavolta, è che qualcosa sia cambiato proprio per la portata della crisi e per il significato che porta con sé. Le imprese e gli Stati probabilmente inizieranno ragionare più sul futuro e cercheranno di evitare le prossime crisi. Quali le conseguenze? Due più macroscopiche: si cercherà di comprendere il livello di resilienza di ciascun Paese e si investirà per garantirlo per eventuali rischi futuri e le imprese, cercheranno di fare lo stesso. Probabilmente differenzieranno la filiera per ridurre il rischio di produzione: se dipendo troppo da un solo Paese e questo Stato entra in crisi, non riesco più ad approvvigionarmi, pertanto rischio di bloccare la produzione. Se invece diversifico a costo di sostenere prezzi più alti, posso ridurre il rischio: così facendo il prezzo più alto di acquisto di un input da un altro Paese, mi “paga” la riduzione di rischio. Non ultimo, potremmo assistere anche ad un “rimpatrio” di alcune o parte delle attività produttive; ciò che in gergo si chiama “reshoring”. In merito alle nuove tecnologie, è interessante ragionare come talvolta gli shock permettano di accelerare un processo che altrimenti avrebbe necessitato di parecchio tempo per potersi avviare. Si pensi per esempio che scuole ed università hanno rapidamente cambiato il proprio metodo di insegnamento e pare che lo protrarranno oltre l’estate. Nel contempo le imprese hanno iniziato a lavorare, ove possibile, con lo smart working. E tutte le tecnologie erano già presenti prima dello shock. Senza di esse ora la crisi sarebbe ancora più grave. Le conferenze, per esempio, stanno diventando molto più virtuali. Cosa che era abbastanza inimmaginabile prima della crisi, seppur già tecnicamente possibile. E’ molto probabile che parte di questo cambiamento rimarrà anche in futuro, riducendo almeno in parte costi, inquinamento e favorendo una certa flessibilità. Nel contempo, è possibile che in queste analisi strategiche di resilienza le imprese potrebbero sviluppare maggiormente la tecnologia 4.0 che possa anche essere governata in remoto in modo efficiente. Di fronte ad una altre crisi, l’impianto e la produzione potrebbe continuare.

1 CASTELNUOVO, Efrem; MORETTO, Michele; VERGALLI, Sergio. Global warming, uncertainty and endogenous technical change. Environmental Modeling & Assessment, 2003, 8.4: 291-301.

N.B. IN merito ai tipping point se ne parla anche nel documento di assegnazione al Nobel per la economia del 2018. Si veda: https://www.nobelprize.org/uploads/2018/10/advanced-economicsciencesprize2018.pdf