Abrami Emanuele – Sono passati ben 5 anni da quando quei 170 alberi vennero piantati presso l’antico convento si S. Pietro, a Rezzato. Hanno preso il posto di altre piante: in origine, infatti, presso quell’appezzamento sorgeva una vigna la quale, però, con il tempo è andata via via rinsecchendosi sino a diventare irrecuperabile. Gli ulivi sono, ora, finalmente, carichi di frutti sani e rigogliosi pronti per essere colti. Ne sarà generato moltissimo olio, il quale sarà suddiviso fra le famiglie che, all’epoca, avevano sovvenzionato, adottandoli, i vari alberi (qualcuno nel nome e nel ricordo di un caro defunto, qualcun altro per celebrare nuove nascite).
Pienamente soddisfatta quindi l’intenzione dei frati i quali volevano, e con successo sono riusciti a, ricreare uno dei luoghi più iconici del Nuovo Testamento. Un posto dove sia possibile prendere un po’di “respiro”, ascoltare e celebrare la Natura ma anche l’intimità del proprio cuore e della propria anima. Non a caso, appena fuori dalle mura di Gerusalemme, la custodia dell’ “originale” è affidata ai francescani: una fratellanza che va oltre gli spazi e i tempi ed è capace di abbracciare tutto il mondo, da Occidente a Oriente, nel nome di Cristo.
Non era mai accaduto prima che le piante generassero un numero simile di olive. Una bellissima sorpresa che colora un 2020 difficoltoso per tutte le comunità del nostro territorio e non solo e, chissà, a volerlo interpretare, forse anche un bel segnale di rinascita, spirituale e non.


