Andrea Ferrari – Come in un’opera teatrale con molti attori, e di lunga durata, continua a complicarsi la situazione delle cave.
Il prologo risale alla legge regionale 14 del 1998, dove sono state dettate le linee guida per la preparazione del Piano delle cave, un progetto con un forte impatto per il nostro territorio, ma che continua a cozzare con il bisogno estrattivo e la scelta su come destinare i lotti in disuso. Viene da sé che nel ’98, ventritrè anni fa, i bisogni del nostro territorio e la sensibilità della popolazione era molto diversa: quindici anni fa, ad esempio, la Provincia stimava in 60 milioni i metri cubi di ghiaia da estrarre, oggi se ne prevedono 46.
Le amministrazioni e i comitati di cittadini sono diventati negli anni molto più attenti alle questioni ambientali, cercando di ripristinare la vasta area dedicata all’escavazione, secondo alcuni comunque in ritardo di decenni. Questo il tema che percorre trasversalmente le 93 osservazioni depositate in Provincia a inizio anno dai cittadini, il cui scopo è di ridurre la previsione di fabbisogno di ghiaia e utilizzare tutto il materiale proveniente dalle fonti alternative. Per ora questo materiale, composto da rifiuti edili trattati, sfridi da cave di monte, estrazioni in alveo e da fondo agricolo è sfruttabile solo al 50%, un cifra che si aggira attorno ai cinque milioni di metri cubi.
Nel serrare le amministrazioni comunali in un fronte di opposizione ci pensa Garda Uno, con la terza richiesta di convertire l’ex cava Gaburri in discarica, della quale abbiamo trattato in passato in questo giornale. Il progetto infatti sarebbe quello di inserire quegli spazi nel Plis del Parco delle cave, creato appositamente dal decreto provinciale come ente sovracomunale.
La decisione ora passa alla Regione, dopo la revisione della proposta di pochi giorni fa, ma resta evidente lo scontro fra bisogni economici e l’eredità ecologica che vogliamo lasciare.


