A telefonarci è una mamma che, ovviamente, vuol restare anonima. Il tema che solleva e che vorrebbe noi portassimo all’attenzione dei lettori è quello legato non a un generico concetto di povertà, ma alla povertà correlata al mondo dei bambini.
Non spingiamoci fino ai bambini che vivono in situazioni di indigenza o che non hanno nulla di cui cibarsi. Nella capitale c’è un motto: “A Roma nessuno muore di fame”, per indicare proprio che a Roma, e potremmo estendere l’idea certamente anche sul nostro territorio, la sussidiarietà, le strutture, le associazioni benefiche, ecc. fan sì che non si provi quella “fame” che invece era tipica di un tempo anche nei nostri paesi.
Tuttavia questo sarebbe riduttivo: non è sufficiente certamente il non mancare l’essenziale per non morire per poter asserire di vivere in una situazione dignitosa e decorosa.
Oggi giorno, è un dato di fatto, le coppie, per mille ragioni, anche affrontate su queste colonne, han sempre meno figli. Giocoforza tutte le attenzioni si riversano su quei pochi bambini che ci sono. Ovviamente nulla di male, se non fosse che questo rischia, come è stato più volte appurato, di tramutarsi in una corsa non solo all’accontentare ogni desiderio (che appunto smette di essere desiderio, desiderato, e dunque si sottrae l’attesa, la meraviglia dell’aspettativa) ma anche a far passare il concetto che si è giusti, integrati, pienamente appagati se si ha e se si ha sempre di più.
Le occasioni “costose” sono veramente all’ordine del giorno e purtroppo non tutti dispongono di ingenti possibilità economiche per farvi fronte. Inizialmente i genitori meno abbienti si tolgono tutto ciò che si concedevano per riuscire a offrire ai figli ciò che “anche gli altri hanno” ma certo si arriva a un punto nel quale la competizione non può più reggere, e forse ci si rende conto che era proprio la partita ad essere scorretta in partenza. Perché, se certamente costituisce una sofferenza un bambino che si trova a riferire ai compagni di classe o alla maestra che non può permettersi di recarsi in gita perché i genitori non hanno le possibilità economiche (cosa che chi ha una certa età avrà visto più volte lungo la propria carriera scolastica) è altrettanto vero che è ingiustificata una sofferenza perché non si dispone della casa con la piscina come l’amico o non ci si può permettere l’abbonamento al parco divertimenti o al Luna park.
Attenzione: ingiustificata non significa non legittima. Nel senso che è normale che il bambino, inserito in questo sistema, possa realmente provare disagio, sofferenza, senso di alienazione, straniamento, asocialità, e sarebbe scorretto minimizzare senza fargli percepire che non si sottovaluta la sua sofferenza.
Opportuno sarebbe creare un clima dove i bambini non debbano, fin da piccoli, ormai da sempre più piccoli, confrontarsi con il denaro dei propri genitori e gareggiare nella corsa all’avere. Un avere che certo non è legato alla felicità, dato che i bambini si divertono con i rami degli alberi e con le scatole dei cibi. Anzi: la loro creatività viene proprio sviluppata laddove non tutto è preconfezionato e loro diventano dei meri esecutori.
Certo non abbiamo poteri per cambiare la società. Non possiamo dunque che raccogliere lo sfogo della nostra lettrice, la quale crede realmente che non sia nell’esasperazione dell’ostentazione economica la chiave per una società più realizzata. Ma da qui a farlo comprendere al figlio piccolo passa in mezzo l’oceano degli altri, dei compagni, dei genitori, di una società che va in un’altra direzione.
E così chiude la conversazione, piangendo, perché realmente, al momento, ogni qual volta riesce a dare al suo bambino quello che hanno anche gli altri lo vede felice, sorridente, non estraneo al suo gruppo di amici. Ma non sempre può farlo. Sa che essere poveri, una parola poco usata e spesso quasi con imbarazzo e vergogna, non è una colpa.
Ma come spiegarlo a un piccolo? E soprattutto, quale è il confine, chi stabilisce di preciso che cosa è importante avere e in che misura, in che quantità e cosa invece è superfluo o addirittura eccessivo? Certamente i parametri cambiano nel tempo, cento anni fa era tutto diverso, e nello spazio, in Africa è come a Cortina. Tuttavia resta sempre chi ce la fa e chi, fin da piccolo, si trova costretto a fare i conti con rinunce che, agli occhi di un adulto possono sembrare poca cosa, ma tutto ovviamente è proporzionato. In guerra, Enzo Biagi, racconta che aveva visto un bambino disperato: pensava fosse orfano e avesse perduto i genitori e i fratelli nel bombardamento. In realtà la sua passione era disegnare e aveva terminato il pastello azzurro per colorare il cielo. Fin prima del conflitto non aveva mai ipotizzato l’eventualità di un giorno senza pastelli.


