Il nostro direttore Matteo Salvatti ha scritto sul quotidiano Avvenire circa la storia di Ciro di Maio, incolliamo qui il pezzo del giovane titolare di “Vico Panettieri” di Rezzato.
“A Brescia, presso la più grande multisala della città, c’è un bel ristorante. E’ di proprietà di un ragazzo ventinovenne: Ciro Di Maio. E’ strano che un giovane sia già titolare di un locale affermato e di pregio, più strano ancora è che non sia l’unico: Ciro, infatti, ne ha acquistato da poco anche un secondo, dal nome curioso, “Vico Panettieri”. La sua è una storia che potrebbe orizzontarsi bene tra le pagine di Hugo, invece è attuale, ed è italianissima. E’ la biografia della povertà napoletana che è in grado di riscattarsi nel solco dei valori, della fede e della laboriosità.
Ciro nasce quasi trent’anni fa a Napoli, Frattamaggiore. Sta nelle case popolari, insieme alle sorelle e ai genitori. La madre è casalinga. Il padre si arrangia come può in un territorio che poco offre: qualche ristrutturazione, si inventa imbianchino dipingendo qua e là, ma la maggior parte del tempo è nel solco dell’attesa. Le sorelle aiutano lavorando presso un calzolaio, la sera, per arrotondare un minimo, portano a casa le scarpe da sistemare, e tutti danno una mano.
La pellicola quotidiana che Ciro personifica è quella dei film sulla Camorra. Il padre più di una volta si è trovato a dover spingere istantaneamente e istitinvamente il figlio per scostarlo da proiettili vaganti durante le sparatorie. I bambini maneggiano armi (non giocattolo). La violenza non è solo il rivolo di sangue che certo raggela: è la forma mentis nella quale si cresce, dove senza che nessuno te lo insegni sai come devi muovere gli occhi, roteare il capo, per non sentire, per non parlare, per non vedere, perchè c’è un linguaggio al quale si viene iniziati nella pedagogia del posto. Il padre tuttavia è irremovibile, e le sanzioni per Ciro sono pesanti anche solo per una scorrazzata in motorino senza casco (la famosa teoria delle finestre rotte). Le lusinghe del denaro facile che avvolgono il quartiere sono una tentazione cui non cedere per alcun motivo.
La povertà dei Di Maio è intessuta di dignità e di fede: il padre porta i figli a prestare aiuto alle suore di Madre Teresa di Calcutta, in “Vico dei Panettieri”, (da cui il nome poi del ristorante). Il padre, Eugenio detto Geggè, aiuta in cucina, gli riesce bene.
Ciro studia alle superiori all’Istituto Alberghiero ma lascia senza concludere il percorso: non appena un albergo o un ristorante gli fanno un fischio lui non può rifiutare. Quindi la decisione di partire per il nord, senza una lira propria, la sorella gli dà quanto dispone: trecentocinquanta euro. Il primo appartamento in affitto è in un locale che ha l’etichetta di malfato a Brescia, ma al corazzato Ciro sembra il Parioli.
Nella città del tondino lavora in una pizzeria, ma questa ben presto si ritrova sull’orlo del fallimento. Lo prende a cuore un uomo pio che scorge in questo ragazzo volenteroso importanti potenzialità, guarda caso si chiama proprio Eugenio, come il padre che nel frattempo a Napoli è morto di tumore. Gli concede una quota del ristorante, che però è ben poca cosa date le condizioni. Nel tempo uno a uno tutti gli altri “soci” si “dissociano” e mano a mano Ciro aumenta la sua percentuale, fino a quando si ritrova proprietario. Riesce a far risorgere il ristorante, gli affibbia il sapore partenopeo e la sua veracità viene apprezzata al punto che, in poco tempo, apre il secondo ristorante, ancor più rinomato: qui ci lavora la sua famiglia che si è trasferita.
Non si ritiene un modello, ma il suo messaggio è chiaro: l’alternativa c’è”.


