Di Valerio Prandini, primario Poliambulanza – Sono io la morte e porto corona, cantava Angelo Branduardi in una sua profetica ballata del 1977; stiamo tutti vivendo questo dramma epocale del coronavirus, stanno emergendo uomini e donne “veri”, gli eroi di questa lotta impari, alla quale non eravamo assolutamente preparati. E nemmeno noi sanitari potevamo immaginare un disastro simile, ma anche in questi momenti quanti episodi eroici, quanta voglia di combattere, di finire, di vincere un maledetto nemico invisibile. In questi giorni ho riflettuto molto e ho scritto una piccola storia tratta da un fatto realmente accaduto, che a me ha insegnato molto e voglio condividere con voi, perché possa aiutarci ad andare avanti, pur nella grande sofferenza. Avendo un po’ di tempo libero mi sono pure rivisto I Promessi Sposi in bianco e nero del 1967, e quanto ho imparato. Gli eroi di oggi sono i nostri nonni, i nostri infermieri, i volontari, gli alpini, i nostri amministratori, i vigili, gli operatori sociosanitari, gli addetti alle pulizie, i medici, gli operai della filiera alimentare, i farmacisti, i giornalisti, e via discorrendo all’infinito. Grazie a tutti per quello che avete fatto e state facendo; in questo mese così importante per la nostra Chiesa lanciamo tutti assieme un grido di gioia: Risorgeremo e forse saremo un po’ migliori.
Cadono mosche nere
Apro la finestra dello studio cardiologico in cui ci ha confinato ste’ maledetta pandemia regale. Il tepore frizzante della primavera che sta arrivando accarezza le mie mani screpolate, respiro a pieni polmoni, trattengo il fiato per dieci secondi, è un sospiro, un alito, un test, sembra che il mio apparato respiratorio funzioni bene, meglio così. Ovunque vapori di alcool e disinfettanti, compagno Esosan purifica l’umanità! Germano sta male da giorni, febbre, dolori addominali, dispnea, difficoltà a far le scale, pazienza dice alla moglie, bisogna aver pazienza, passerà, come tutto è passato nella sua lunga e tormentata esistenza. La camera matrimoniale è spoglia, le luci di un tempo si sono spente, le emozioni affievolite, una dolce prigionia, pensa Germano. Ci hanno detto di non andare in ospedale se non per casi gravissimi. Nei pronto soccorso, nelle corsie, nelle rianimazioni è un delirio, una babele di disastri, ci hanno detto di stare lontani, di aspettare. Guardo fuori dalla finestra, i gatti assonnati a scaldarsi sulle condotte dell’acqua, qualche uccello, forse rondini a cinguettare incuranti, tanto silenzio, un deserto la strada, un deserto il piazzale, un deserto l’anima. Corriamo, corriamo, spesso impotenti, spesso inutili, ma corriamo per cercare un rimedio ad ogni sofferenza, non salveremo tutta l’umanità, penso, ma qualcosa di utile lo possiamo fare, lo dobbiamo fare. Sergia è preoccupata, Germano sta peggiorando, è sudato, la febbre non scende, la tachipirina gli fa un baffo, le urine sono scarse e scure, la tosse è una mitragliatrice; nessuno può venire a casa in questi giorni, il medico di famiglia non risponde, i numeri di telefono sono preoccupatamente sempre occupati e silenziosi, siamo soli. Sergia è agitata, il suo sesto senso di compagna, madre e nonna le dice che Germano sta prendendo una brutta strada. Alla televisione tutti parlano del virus, il covid-19, ha persino un nome carino, ma dicono sia particolarmente cattivo, soprattutto con gli anziani. Germano è un grave cardiopatico, quasi ottantenne e virus o non virus non può crepare a casa, pensa Sergia, e così prende la decisione. L’ospedale è deserto, pochi colleghi smarriti, qualche infermiere incazzato, c’è chi piange, chi si dispera, qualcuno spera, qualcuno è rassegnato, in un angolo un sanitario prega, in quello opposto un altro impreca. Mascherine!!! Dove sono ste’ maledette mascherine, bisogna proteggere il personale, tutti annaspano, ogni giorno il gruppo si assottiglia, rimaniamo in pochi. Saltano i riposi, saltano i turni, saltano gli organici, saltano le gerarchie, salta tutto; il setaccio divino seleziona gli eroi. Avremmo bisogno in questi momenti, penso, di più razionalità, professionalità, organizzazione, più risorse. I giovani cadetti che partivano per il Vietnam difficilmente tornavano a casa, e se tornavano…Germano ansima nel suo letto sudato, ha la cute marezzata, le febbre non l’abbandona, ma lo spirito tiene, ne ha combattute di battaglie, vincerà anche questa, pensa. Sergia ha chiamato il 112, ha deciso per lui, morire a casa o in ospedale non cambia, vuol provare a salvarlo; lo vuol fare per l’affetto dei loro figli, per ritrovare gli abbracci ingenui dei nipotini, per il suo compagno di briscola, per gli amici del centro anziani. Arriva l’ambulanza e si parte. Socchiudo la finestra, sento in lontananza quel maledetto suono della sirena, ne arriva un altro, penso, e voglio sperare che non sia giovane, che non abbia nipotini, che non abbia compagni di briscola, che non abbia una tenera compagna che lo tenga per mano, amorevolmente. In pronto soccorso tanti eroi, soldati impreparati a questa guerra, medici, infermieri, tutto il personale si danna con le precauzioni che riesce a mettere in atto; si pensa sempre a chi sta peggio in questi momenti. A guerra finita faremo i conti, le nostre coscienze eleggeranno vincitori, santi e disertori, intanto sudiamo ed applaudiamo, orgogliosi del nostro lavoro, del vostro lavoro, il più bello del mondo. Ci giungono notizie di colleghi caduti sul campo, di ricoverati, di positivi, di sintomatici, di sperimentazioni, ma non fa niente, andiamo avanti. Abbiamo imparato a interpretare lastre ed esami, a manipolare farmaci che neanche pensavamo esistessero, l’ortopedico fa l’infettivologo, il chirurgo l’anestesista, l’infermiere l’eroe, un puzzle meravigliosamente vero. Germano sta in un angolo nella sala d’aspetto, si guarda intorno spaventato, altri come lui tossiscono, brividano, piangono, qualcuno sta rassegnato ed attende il suo turno, non sa cosa pensare, è così strano quello che sta vivendo, si sente impreparato. Sergia non può entrare, le fanno compagnia il tepore del pomeriggio domenicale, un gatto nero spelacchiato che cerca compagnia e la sua anima sconfortata, si sente così sola in questi momenti, come vorrebbe tenere la mano di Germano, parlare a quell’uomo di così poche parole, vorrebbe confortarlo, dirgli qualche amorevole bugia, ma non può. Siamo in guerra ed il coprifuoco impone che ognuno stia da solo, con il suo dolore, isolato. Il collega reperibile mi chiama, c’è da portare in sala operatoria un quasi ottantenne perforato, peritonitico, cardiopatico, quasi spacciato; alla tac sembrava una diverticolite, ma verosimilmente è un’appendicite perforata con peritonite. E’ un paziente gravissimo, è settico, bisogna operarlo subito e l’anestesista ci anticipa che non potrà andare in terapia intensiva, dovrà farcela da solo, non abbiamo scelta. Visito il paziente in un letto della cardiologia, la Chirurgia è stata covidizzata, siamo ospiti al secondo piano. L’uomo è sofferente, ma sorride, è fiducioso, non posso stringergli la mano come di consuetudine, due battute e due fugaci informazioni sull’intervento che lo aspetta, lo incoraggio. Gli chiedo come si chiama: “Germano” mi dice. Forza Germano, i suoi occhi sono spenti, i miei speranzosi, ma preoccupati. Mi dice con voce roca “dottore ha visto come cadono le mosche nere in questi giorni? Non era mai successo”. “Non si preoccupi, stia tranquillo”, non voglio ascoltare i suoi presagi e vado oltre. L’inverno se ne frega della pandemia, le abbondanti nevicate hanno lasciato candide cime innevate proiettate nell’azzurro di un cielo diverso, stranamente pulito; sbocciano i primi cespugli, in un beffardo anticipo, ma cosa vuol dirci la natura, cosa vuol dirci il nostro Dio? Sergia cammina nervosa nell’atrio del secondo piano, mordicchia la mascherina chirurgica, della quale peraltro fino a poche ore fa non ne aveva alcuna conoscenza. È stanca, stupita, desolata, rassegnata, non sente la fame, la sete, non ha sonno, si sente sospesa, come in un sogno, un incubo più precisamente. Ripercorre gli anni trascorsi con Germano, si sovrappongono le immagini, quelle più dolci e quelle aspre, dure, difficili. La sala operatoria è pronta, sembra tutto così diverso dalla solita routine, sembra tutto irreale, ma presto i segnali del monitor e la frenetica preparazione del paziente mi richiamano alla realtà, incido, ispeziono, impreco, ma come ha fatto ad aspettare così tanto per una appendicite: è un disastro, speriamo che regga. Noi abbiamo fatto il possibile, l’anestesista è fiducioso, sveglia Germano, gli parla, lui sorride debolmente, mi verrebbe voglia di applaudire, ma non posso farlo. Germano passa accanto a Sergia, lei lo sfiora con lo sguardo, non può toccarlo, non può baciarlo, non può abbracciarlo, non può!!! Si è fatta sera, una bellissima e dolcissima malinconica sera, c’è persino un romantico tramonto ad attendermi sul piazzale, il bosco rinviene alle mie spalle. Rientro verso casa con mille pensieri e sfreccio incurante sulla superstrada deserta, dimentico pure i limiti di velocità, pazienza, pagherò l’ennesima multa, ma Germano sono sicuro ce la farà. Sergia aspetta l’alba, è sola ma in questa sera maledettamente diversa non c’è nessuno che possa darle un passaggio, un conforto, così resta accanto a chi ama, accanto si fa per dire, perché se pur bardati, bisogna tenere le distanze, un metro da tutto e tutti. Sergia non riesce nemmeno a piangere, vuole aspettare che arrivi l’alba e con essa la speranza di un nuovo giorno. Ore ventunoetrenta, una chiamata mi scuote, è l’ospedale, la chirurgia, il reperibile; quando succede così la sera all’improvviso non arrivano mai belle notizie, rispondo preoccupato. Mi dicono che Germano sta male, è successo tutto all’improvviso, desatura, è agitato, dispnoico; mi dicono concitati che ha avuto un brutto infarto, è ancora cosciente, stanno facendo il possibile in emodinamica, mi faranno sapere. Sergia è fuori dalla Cardiologia, si sta assopendo quando sente un gran frastuono, vede una barella, infermieri che corrono ansimanti, gridano degli ordini secchi e perentori e la barella scompare nella gola dell’ascensore. Le dicono che sopra c’è Germano, che sta male, molto male, il cuore non ha retto, i medici proveranno a fare il possibile, l’impossibile, proveranno. Sergia ha già capito, era tutto previsto, le mosche nere… L’anestesista le parla, il cardiologo le parla, il chirurgo le parla, ma le parole, le frasi scappano via come farfalle impazzite, non riesce a sentirle, a capirle, Sergia non connette più, aspetta rassegnata. L’aveva detto che morire in ospedale od a casa non era la stessa cosa. Germano non capisce bene cosa stia succedendo, si sente come un palloncino sgonfio che sta lievitando, sballottato qua e là nell’aria, non riesce a pensare, solo sbiaditi ricordi, quelli se pur confusi resistono e sospira. Sente il dolore di una puntura, qualcuno mascherato gli grida di stare tranquillo, sembra un ballo, tutti si tengono per mano e cantano, quante maschere e pure i coriandoli, ma il suo carnevale ha più di un presentimento. Ventiduezeronove, mi vibra il cellulare, un messaggio Whatsapp, freddo arido, violento, impersonale, cattivo: “Deceduto!” Sergia vede attorno a sé sguardi tristi e facce scure, ha già capito, non servono le parole. Sospira, non ha più lacrime, asserisce con il capo e si abbandona sulla sedia della sala d’aspetto. Le dicono che fra qualche minuto potrà vederlo, dare l’ultimo saluto, poi Germano verrà celermente portato via. Il covid-19 non ti permette di amare, di essere pietoso, di condividere; tutto dev’essere annientato, il più rapidamente possibile. Spengo la tv, spengo la luce, spengo i pensieri, spengo il frullatore che è in me e mi preparo da buon soldato a ricominciare, triste, ma obbediente, la guerra continua e all’orizzonte non si scorge la fine. Sergia ha lasciato l’ospedale con il figlio, le ombre della notte l’accompagnano, i gatti li osservano silenziosi, impauriti, titubanti, il ciliegio riposa. Le stelle sono sempre là, sempre le stesse, sono i nostri desideri, i nostri piaceri, le nostre sconfitte, forse il nostro traguardo. Cinqueecinquantacinque, è un nuovo giorno, una nuova alba è appena sorta, epica; la dedico a voi Germano e Sergia, siete voi gli eroi di questi giorni maledetti, i miei eroi, grazie!


