Di seguito riportiamo una riflessione scritta da Oscar Turati, presidente di “AliStropicciate”. Si tratta di un’Organizzazione di Volontariato nata a Rezzato, nel 2019, da famiglie di persone disabili. L’Associazione si prefigge di promuovere e valorizzare l’inclusione sociale delle persone disabili operando per il benessere e la tutela loro e delle loro famiglie. L’obbiettivo primario è quello di favorire la loro soddisfazione, la loro crescita personale e la loro autonomia e indipendenza.
Oscar Turati – Mercoledì 3 dicembre è la “Giornata internazionale delle persone con disabilità”. Un appuntamento che quest’anno cade in circostanze molto particolari. Questa pandemia e il suo rapido diffondersi, continua ad accanirsi in modo particolare sulle persone più fragili, tra queste le persone con disabilità, creando loro non pochi problemi. Per chi ha una disabilità, o vive con una persona disabile, è infatti tutto maledettamente più complicato a partire “dall’approssimarsi nonostante la distanza”.
Il Covid ci ha fatto capire che siamo tutti interdipendenti, che le nostre vite sono legate le une alle altre, che i nostri comportamenti condizionano i destini altrui e viceversa, lo stesso una domanda ricorre: quante diversità saremo in grado di sopportare una volta fuori dall’emergenza?
Certo negli anni sono stati fatti passi avanti, sono state fatte anche buone leggi, utili e indispensabili per abbattere le barriere fisiche, ma non basta. Se non cambia la mentalità, se non si supera la cultura diffusa che continua a produrre disuguaglianze, impedendo alle persone con disabilità di essere parte attiva e di poter vivere una “cittadinanza piena” tutto questo non serve.
Bisogna fare altro, bisogna accelerare e implementare tutta una serie di percorsi inclusivi perché i pregiudizi – ancora fortemente presenti – producono, oltre alle barriere fisiche, anche limiti all’educazione e alla partecipazione. Una persona con disabilità ha bisogno non solo di esistere, ma anche di appartenere ad una comunità. Questo vale per tutti ma, per chi vive una disabilità cerebrale è ancora più importante, queste persone infatti vivono sulla propria pelle l’emarginazione e la terribile percezione “dell’ingombro” e dello “scarto”. Provate a chiedere a chi sta loro accanto, a chi dedica un’intera vita per il loro benessere, chiedetelo ai loro familiari!
Zygmunt Bauman scriveva: “La qualità di una società dovrebbe essere misurata a partire dalla qualità della vita dei più deboli tra i suoi membri”. Ecco allora che la politica, ad ogni livello, non può e non deve rassegnarsi allo status quo, anche perché, come dice uno studio dell’Università di Torino, la sola disabilitàè causa del 20% della povertà. Immaginare una società inclusiva non è utopia, è certamente un percorso faticoso, ma fattibile, un giovamento per l’intera comunità.
Per fare questo è necessario però vedere quali rapporti ha la disabilità con la scuola, il mondo del lavoro, quello della salute e quello del sociale. Temi questi che collegano la disabilità “alla vita quotidiana di ognuno di noi”, temi che interagiscono con l’accessibilità e l’indipendenza, temi che evidenziano come sia necessario e fondamentale slegare la disabilità dalla marginalità e dal residualismo delle politiche sociali e inserirla invece in un ambito più ampio superando così antiche categorie sociali e riuscire magari a poter riscrivere una Carta dei diritti senza divisioni e distinzioni ma unica, unificante e uguale per tutti, perché tutti siamo esseri umani a prescindere dalle nostre patologie.
Credo che solo con questi presupposti continui ad avere senso e significato la “Giornata internazionale delle persone con disabilità”.


